Gli uomini alzano
le mani verso l'alto
e sollevano i piedi.
- Hanno visto il sole calare
e sorgere infuocato -
ma non sanno
dov'è il cielo.

  Gli uomini alzano
Sogni
Non ha forma e non ha nome
La vita
Castello di Rivoli
L'angelo preme l'aria
La maglia nera è bucata ed è bucato il pigiama

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[Amore che ci ha visti vivere] [Canteranno le cicale tra poco] [L'Arca dell'Alba] [L'angelo muschioso]

 

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Sogni

E' quasi giorno oltre la tela rossa 
e l'abbaino, girandola di luci 
sui tappeti. Tracce di sogni densi
traballano reggendosi le code,
piume sotto i guanciali dei giacigli.

Solitudini ornate di lanterne
frangiano gli orli delle vesti
antiche, artifizi di volti
fluttuanti, verdi gingilli, trine,
vaghe catene dagli idiomi muti.

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Non ha forma e non ha nome,
né voce che ricordi le nostre:
eppure chiama, caricando le notti,
simile ad un tepore abbandonato.
Esala intorno incensi, viluppi fusi.
Satura di risposte e di silenzi.
Impara l'aria a sollevare forme,
indefinite falci, ali di lune o soli.
Sfiora di voli chiari trepidi incanti
convolvoli di luce immaginaria.
Aspetta il tempo, come porta chiusa,
oltre il rifugio, in fosfori presagi,
che l'inconsueto luogo, asceso sogno
,
prima dell'alba arda e ci richiuda. 

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La vita


Attimi tutti uguali.

Come il rondò di un carillon d'argento.
Vivide intermittenze sotto i veli,
aria di storie antiche e di romanze.

Poi, come a un soffio, trema la lucerna,
mentre cadono perle sui cristalli.

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Castello di Rivoli


Lontano, perso nel tempo,
coi passi sul selciato, mattutini.
Riverbero di sole sulle mura.

Spirali di strade, assorte,
nelle catene di fredde mani e voci.

Aguzzi pini sciolti, a sera,
nel mutato colore e le croci argento
sui petti, come sorrisi.

Ore di tanti giorni ripetute.

Partenze e ritorni
nell'età dei miti inesistenti.

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L'angelo preme l'aria
in cornamuse di pioggia
che annegano suoni tra l'erba.

Sudari d'acqua s'oppongono
alle folgori di un sole furibondo.

Fili che non s'afferrano
fuggono tra i sassi frantumati
a valle.
Piago i ginocchi
e nei vapori bevo
l'acque rabbiose della strada
del tempo.

Meteore corrono orbite basse,
dove le macine bianche
radono agonie di eventi.

Dove capire e quando...
A sibillini muri di vento m'inchiodo,
senza tremare,
dimenticando parole affamate.

Chiavi roventi su altari d'acciaio,
covano teschi ghignanti.

Quello che sono o che sarò
mi batte dentro,
antico passo che ripercorre il mondo,
in grandi ombre e in rapidi chiarori.

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La maglia nera è bucata ed è bucato il pigiama.
Occorre lana scura ed ago e ditale di ferro.
Occorre tempo che io non posso riempire di filo.
Parole scorrono dall'alto in basso, lucenti:
tracciano trame nell'aria imprigionando luce.
Sussurro e le ripeto, solide ragnatele tese
tra le catene delle mie paure, serrando ombre.
Scende la notte dai pipistrelli di velluto cupo,
ciechi, spinti dal vento, oltre le porte del silenzio.
Chiusa è la cesta dai vecchi gomitoli iridati.
Domani al mercato comprerò mantelli, ampi, solari,
dalle lunghe frange, per il cammino freddo d'inverno.

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